Percorsi We-Rivoluzionari

Con oggi cominciamo a pubblicare i 3 speech che hanno fatto da cornire all’evento sulla We(R)Evolution. Tre punti di vista ma anche spunti per approfondire il discorso a cominciare da alcune note importanti su questo movimento che non è nato oggi, ma che oggi continua a crescere.

Il mondo continua a cambiare. E sta evolvendo sempre di più in una direzione caratterizzata dall’aumento dei contatti, degli scambi, delle alleanze progettuali, del potere della massa critica e della voglia delle persone di autodirigersi, anziché di essere eterodirette. E questa evoluzione in una logica di “partecipazione”  e di collaborazione la si può osservare su più livelli. Innanzitutto a livello sociale.

Oggi con la spinta propulsiva Web 2.0, dei social network e della generazione digitale si stanno diffondendo nuove pratiche, più aperte, più partecipative, più trasparenti. Si sta diffondendo una cultura fatta di condivisione e di collaborazione. Come sosteneva Rifkin già qualche anno fa “è in corso un passaggio epocale: un transito dal possesso all’accesso”. Ovunque c’è un’esplosione del condividere, del barattare, del prestare, del noleggiare, dello scambiare. Per ascoltare musica si usa SoundCloud, per guardare film si usa il peer-to-peer. Per andare in vacanza ci si affida alla gente del posto o si fa il couchsurfing barattando il soggiorno con un’ospitata. Per vestire i figli che crescono si scambiano gli abiti a seconda di età e stagione. Per viaggiare si fa il car-sharing, per girare in città il bike-sharing. Per lanciare nuovi piccoli business si può fare in rete il co-funding. Per avere una scala, un tagliaerba o un frullino, si fa un prestito temporaneo o un bonus di scambio con i vicini di quartiere.

Anche a livello politico vediamo emergere fenomeni impensabili fino a qualche anno fa. Lasciamo sullo sfondo “la primavera araba” o la campagna elettorale del primo presidente wiki della storia, Barak Obama, e guardiamo nel nostro piccolo, in casa nostra, in questi ultimi mesi su Twitter. Con #pisapiasentilamia, #fassinosentitorino,  #renzichenepensi, #berrutilasciachetiaiuti si passa dalle risate alle proposte concrete per lo sviluppo delle città. Quest’anno a Cagliari un giovane informatico lancia “Ideario per Cagliari”, una piattaforma per discutere idee,  e nei primi 100 giorni registra 520 nuove idee di sviluppo per la città, con 2600 commenti e 12000 voti. Un bell’aiuto per il sindaco Zedda, a costo 0. E’ l’ora dell’Open Governament, dove le amministrazione pubbliche mettono in rete i dati e le loro problematiche, e i cittadini diventano Cocreatori delle politiche pubbliche. E’ l’ora della WikiCrazia, cioè di una democrazia potenziata dagli strumenti collaborativi della rete (i wiki) e dall’intelligenza collettiva.

Anche a livello artistico si vede qualcosa di simile. Nel gennaio di quest’anno è uscito “Life in a day. La storia di un giorno sulla terra”. Un film collettivo promosso da Ridley Scott e realizzato dagli utenti di Youtube, la community più grande del web. E’ Il risultato di 80 mila video ripresi in tutto il mondo nella giornata del 24 luglio 2010 e poi messi insieme in un lungometraggio che, secondo i critici, ha un aspetto sorprendentemente omogeneo e un senso unitario, malgrado la varietà delle “cellule” di cui è composto!
Ed imprese creative di questo tipo le vediamo sempre più realizzate da un sacco di artisti. Prendete i Radiohead: producono il video ufficiale del loro concerto con migliaia di immagini riprese con i cellulari direttamente dagli spettatori e fanno decidere al pubblico stesso quanto dare per acquistare il loro album. O prendete i nostri Subsonica: fanno partecipare i propri fan alla realizzazione dei video, alla scelta delle scalette dei concerti…fino a co-creare i testi di alcune canzoni utilizzando contributi provenienti dalla rete.

E’ in atto un nuovo rinascimento, una nuova rivoluzione copernicana: da un modello di mondo EGOcentrico (push e top down) a un nuovo modello NOIcentrico (pull e bottom-up).

E lo si vede anche sui mercati, con l’ascesa di una nuova forma di consumismo: il “consumismo collaborativo”. Infatti come dice Rullani:

“dopo la bulimia del consumismo individualista tipico della produzione di massa, che ha votato la vita dei singoli alla ricerca di merci anonime o di denaro, stiamo tornando, con una certa velocità, ai significati, alle relazioni, ai sentimenti condivisi”. Proprio sul mercato contano sempre di più i rapporti interpersonali, la vicinanza e l’interazione diretta tra produttore e consumatore, contano i valori e i significati che danno anima e cuore alle merci. E’ tempo di GaS, di gruppi di acquisto solidale, di merci a Km 0, di Slow Food e di Terra Madre. Ma è anche tempo di GaD, di gruppi di acquisto digitale come Groupon, dove la gente si “consocia” per ottenere sconti significativi sfruttando il potere della “massa critica”.

E anche nel lavoro contano sempre di più motivazioni non solamente monetarie. Contano visioni del mondo non utilitaristiche che sorreggono community o reti di lavoro volontario. Come sostiene Charles Leadbeater, uno dei più riconosciuti advisor del We-think,

“Stiamo passando da un’era della produzione di massa a un’era dell’Innovazione di massa. La gente non è più d’accordo di stare a guardare, di ricevere prodotti e notizie. Vuole farsi sentire e partecipare all’azione”.

In questo nuovo mondo l’innovazione è sempre meno il risultato di inventori isolati o dei centri di ricerca aziendali. L’innovazione arriva dal basso, dagli utilizzatori che agiscono in collaborazione. E’ l’approccio crowdsourcing. E’ la storia di Linux, oggi il più serio competitors di Microsoft, con un sistema operativo sviluppato da 100.000 volontari che hanno contribuito gratuitamente con tempo, idee, competenze e passione. E’ la storia della stessa Wikipedia, l’enciclopedia gratuita ormai più diffusa al mondo. E’ la storia di Ebay, il più grande mercato virtuale del mondo, totalmente gestito dagli utilizzatori, dove l’azienda Ebay si limita soltanto a fornire gli strumenti e la piattaforma.

E in tutto questo anche l’impresa, l’impresa del Long Now (come direbbero Steward Brand & Brain Eno) è un’impresa che si apre alla collaborazione e alla scambio.

E’ un‘impresa che fa “open-innovation” via web, affidando lo sviluppo dei propri prodotti o la risoluzione di problematiche tecniche alla creatività dell’intelligenza collettiva. E’ un’impresa coraggiosa che fa addirittura “open-door-innovation”, come succede tra Google e Procter&Gamble, che dal 2008 si scambiano volontariamente i dipendenti!
E’ un’impresa che fa co-progettazione, co-design, co-retailing. Co-involge i clienti, i fornitori, i dipendenti (sempre più col-laboratori). E’ un “impresa-Co”. E’ l’impresa che, secondo Thomas Bialas co-autore del libro Wecomomy, si trasforma da Corporation a Co-operation.

Pierpaolo Peretti Griva

13 Comments

  1. Riprendendo il discorso del post precedente, direi che questo articolo tuo aggiunge ancora più elementi alla concretezza e alla reale portata di questo fenomeno. Non solo un’idea che è nell’aria da un po’, ma è già prassi per alcune realtà.
    A questo punto sarebbe interessante capire quali sono gli elementi distintivi di questi progetti. Cosa li rende possibili e cosa invece li ostacola soprattutto nelle organizzazioni?
    Io occupandomi social networking vivo in un ambiente che definirei “un enorme We, formato da infiniti We” dove la libertà è tantissima e gli spazi sembrano infiniti… così grandi e indefiniti da aver bisogno di persone molto speciali per lasciare il segno. Penso ai blogger o chi gestisce pagine su Facebook o Linkedin, ma anche all’autorevolezza che puoi crearti con un profilo personale se hai qualcosa da dire e sei connesso con le persone giuste.
    Senza scendere ancora nelle polemiche che investono le realtà organizzative (penso per esempio al divieto di utilizzare i social network), comincio a chiedermi se veramente oggi l’obiettivo non sia quello di cominciare a raccontare queste nuove storie… come si diceva nei commenti al post precedente. Cominciare a dire che è possibile, che sta già succedendo…

    • Federica Mameli says:

      Anche io Paola sono convinta che sia arrivato il momento di raccontare queste storie di WE, per farle conoscere, per dimostrare che quello di cui stiamo parlando non è solo un argomento affascinante e confortante ma è un movimento vibrante che ha già iniziato il suo percorso e che ha diversi luoghi e tanti nomi.
      Allora propongo uno spazio, proprio qui su questo blog, in cui ciascuno di noi possa raccontare le storie di WE a cui tiene di più, quelle che ha visto o sta vedendo crescere, quelle che vorrebbe veder crescere.
      Trovo che in questo momento sia un bel modo di contagiarci di WE, di mescolare i nostri desideri collettivi e condividerli con tutti coloro che vorranno.

      • Una bellissima idea! Potremmo dedicare una categoria solo a questo tipo di contenuti e raggrupparli nel tempo, arricchiti dai commenti…

        • Antonio Dragonetto says:

          @Paola e @Federica – …insomma si potrebbe creare un’ “IDEARIO DEL WE”…!!! …esperienze concrete. successi, difficoltà, riflessioni, suggestioni…..
          Le nuove storie stanno già succedendo, ma sarebbe bello, e utile, “contaminarle e contaminarci”, perchè abbiamo bisogno ognuno del contributo degli altri. Per non rimanere soli.

          • @paola: mi stimola riflettere su cosa rende possibili o impossibili questi progetti. e un primo punto, anzi il caposaldo, in base alle mie esperienze è il CORAGGIO ri-evoluzionario dei nostri committenti. per me loro sono gli EROI del we. spesso sono persone delle risorse umane o capi che sentono come attraverso la creatività e le risorse degli altri sia più ricco ed entusiasmante fare impresa. sono persone che non lo fanno tanto per dei valori partecipativi tout court, ma lo fanno proprio per il loro business, il loro successo e per la voglia di realizzare qualcosa che da soli non si riuscirebbe a realizzare. Quindi EROI coraggiosi che sanno fidarsi di sè e proprio per questo anche degli altri…..
            @federica e antonio: l’ideario e lo storytelling mi sembrano fantastiche idee per fare cultura We. e come primo contenuto propongo il lavoro della nostra cara anna meroni sulle creative communities http://www.sustainable-everyday.net/main/?page_id=19

  2. Mamma mia che post! Qui c’è tutto il mio “me” in queste righe. Mi sembra di guardare indietro tre anni della mia vita, descritti qui con incredibile semplicità.
    Stiamo parlando sostanzialmente di Relationship. Parola fredda, anglosassone, anche brutta da pronunciare ma che racchiude in sé tutto quanto è stato scritto nel post.
    Nei prossimi anni, la competizione tra aziende si sposterà sulla capacità relazionale, sulla possibilità e opportunità di saper creare consenso attraverso le relazioni “non commerciali”, attraverso il rapporto empatico noi-azienda/voi-pubblico in un we aumentato. Anche l’asse delle strategie comunicative si sposterà dalla comunicazione alla conversazione, anzi questo già sta avvenendo e aumenta ogni giorno a ritmi esponenziali.
    Le persone hanno bisogno di identificarsi e di misurarsi con gli altri con modalità di rapporto che anche per i sociologi più esperti, sono complesse e da valutare. Un giorno scrissi, traducendo un articolo di Dirk Baeker, che l’uomo sta per essere letteralmente riformattato, che i mezzi tecnologici ci costringono all’istantaneità nei rapporti e nelle relazioni. Il tempo perciò diventa esponenziale e saremo in qualche misura obbligati a relazionarci con gli altri su livelli complessi di realtà tutte assolutamente “reali” vere e mature. Pensate che allo studio in questo momento, abbiamo concetti come la “verità condivisa” che stride incredibilmente con la “verità rivelata”, parliamo di sovraccarico informativo come di un problema più sociale che non psicologico. Oggi parliamo di sociofisica e di epidemiologia dell’informazione, cioè di tutti quei processi viralizzanti e di contagio del comportamento consumistico ai quali le relazioni neuronali si ribellano. Parliamo di ricerca del consenso politico attraverso le capacità relazionali più che comunicative che non sosttostanno più alle tecniche della comunicazione di massa ma richiedono una forte presenza identitaria capace di gestire le relazioni in tempo reale e in modo autentico.

    Ho letto nell’articolo qui sopra di e-governance. Beh, lasciatemi dire, perchè ho toccato con mano, in Italia questo concetto è ancora molto indietro rispetto al resto d’Europa. Ma c’è, è forte, è presente e sarà rivoluzionario. Pensare alla gestione della res publica attraverso la relationship è qualcosa di meravigliosamente rivoluzionario. Avanti così!

    • Antonio Dragonetto says:

      @Andreas – caro amico, mi piace lo stimolo di Pierpaolo sulla pervasività del co-fare le cose, co-pensarle, co-parteciparle, co-…..tutto.
      Apprezzo la tua riflessione e il tuo contributo, ma proprio per questo sento l’urgenza “etica” di fare una precisazione linguistica. Tu da molto parli di “relazione” al posto di “comunicazione”, “relationship” come costrutto per dire di “condivisione”, di “rapporto empatico”. E affronti con rigore teutonico queste parole. Ma…..
      Ma siamo in Italia, e come potrai ben vedere dalle pubblicazioni socio-politiche, qui da noi l’espressione “relazionale” viene usato in un senso molto, ma molto diverso da quel che dici te: si parla di “capitalismo relazionale” ad esempio per dire di rapporti economici che prescindono da logiche di mercato, di sana gestione. Si usa il termine “relazionale” per dire le cose in termini di alleanze, vicinanze, appartenenze, azioni-di-scambio, “favori”. Il passo successivo è che si valutano le persone in base all’appartenenza, ….”è un amico” (che suona sinistramente vicino a “è un bravo picciotto”…). D’altra parte un mitizzato esponente della più grande banca d’affari italiana disse anni fa “le azioni si pesano, non si contano!”……..
      Allora relazioni sì, relationship, ma all’anglosassone. E fondate su contenuti forti, condivisi, verificabili, comunicabili. L’innovazione del WE deve essere su progetti, contenuti, azioni, processi. A livello aziendale, sociale, consulenziale, individuale.
      …buon lavoro!….

      • Andreas Voigt says:

        Sai che hai messo la vanga nella piaga? Perchè è vero quello che dici! :-(
        In Italia, relazione è sinonimo di “aderenza” di rapporto appiccicoso tra interessi comuni di persone.
        Io in effetti ragiono da anglosassone esattamente allo stesso modo in cui mi rapporto con il prossimo anche a livello professionale. Esistono partners e non clienti!
        Però, se è verissimo quello che affermi, qualcosa comunque c’è, se non altro perchè tu sei qui, io sono qui e stiamo conversando, anche se in modo asincrono, in uno spazio nuovo, senza necessariamente avere interessi in comune se non un magnifico rapporto di stima e conoscenza.
        Ci tocca in qualche modo aprire la strada a colpi di machete … :-)

  3. Gianfranco personé says:

    Un mio contributo di concretezza. Dall’inizio del 2009, sono fuori – mio malgrado -, dal mondo aziendale; ma se devo dire tutta la verità, non lo rimpiango affatto. Per moltissimi anni mi sono occupato di formazione a vari livelli, in particolare, negli ultimi di formazione on-line, dove peculiarmente attraverso l’uso del tutoraggio a distanza ho avuto la possibilità di sperimentare, insieme ad altri colleghi, l’uso di quella che è stata qui definita: “relationship” come costrutto per dire di “condivisione”, di “rapporto empatico”. I colleghi che anche da casa avevano accesso ai corsi sulla nostra piattaforma, se in difficoltà scoprivano che avevano qualcuno disposto ad aiutarli, guidarli, seguirli, “ascoltarli” o via rete o direttamente al telefono. Per molti è stata una vera e propria scoperta di un possibile mondo di condivisione, di possibilità di crescita, di sviluppo, ecc.. Certo molto basato sulla motivazione personale dei singoli, ma con risultati al disopra delle aspettative perché anche fondato su un rapporto paritetico e di fiducia, cui non sono mai venuto meno. Ricordo quella come un’esperienza molto positiva che ritengo sarebbe da perseguire e migliorare in quelle aziende dove già esiste e sperimentare in quelle dove non è mai stata realizzata affidandola a persone competenti e preparate. Inoltre negli ultimi mesi di mia permanenza nel mondo lavorativo è stato creato un blog aziendale interno, ovvero uno spazio di condivisione a cui avevano accesso soltanto i dipendenti tutti, teoricamente compresi i manager a tutti i livelli. In realtà ne esisto anche atri di blog aziendali, quelli esterni che possono essere accessibili a chiunque (clienti, concorrenza, curiosi, ecc.), ma su questi non mi voglio soffermare, anche se – pure in questi ultimi ci potrebbero essere dei risvolti positivi, ma non ho sufficienti elementi per parlarne. Ritorniamo alla mia diretta esperienza sul blog aziendale interno. Voglio puntualizzare che ad oggi i blog aziendali, coprono soltanto una percentuale veramente minima del numero effettivo dei blog presenti sulla rete in Italia, e anche in Europa. Diverso invece è il discorso in America. È un problema, ovviamente, di cultura. Bene questo blog, almeno finché ci sono stato io in azienda, ha avuto una vita sofferta e direi breve. Era veramente bello all’inizio come molti colleghi hanno partecipato con un linguaggio spesso confidenziale (per alcuni non del tutto abolito l’aziendalese purtroppo ancora di gran uso nelle organizzazioni). Trasmetteva passione e in alcuni casi autorevolezza. Ma un blog aziendale deve essere credibile, informale e in argomento. Deve offrire informazioni, opinioni, news, innovazioni, soprattutto ci si deve sentire liberi di argomentare. Ma qui cominciarono i guai. Io ero tra i più assidui e parlavo chiaro e franco come è stata sempre mia abitudine. Si era in piena ennesima fusione, per molti le cose da mettere a fattor comune e in chiaro erano tante. Ma a poco a poco, gli interventi si sono diradati ed siamo rimasti in pochi. Qualcuno che conoscevo personalmente è stato da me direttamente contattato e mi ha fatto capire che gli era stato imposto il “silenzio”. Forte del mio carattere, delle mie esperienze e sapendo che da li a poco sarei uscito dall’azienda, ho continuato dritto per la mia strada. A me nessuno ha avuto il coraggio di dirmi niente, ma ero in una posizione di “vantaggio”. Il fattore “cultura” e il “clima aziendale” hanno giocato a sfavore; forse in alcuni casi l’autocensura, ma solo perché, come altrove in questo blog ho già detto, le ferite sulla pelle sono tante e non tutti sono disposti a farsi prendere a schioppettate per portare alto il vessillo dell’innovazione. Non so che fine abbia fatto quel blog aziendale, non mi interessa, ma sono sicuro che questa è una strada che va comunque percorsa perché è un reticolo di rappresentanza alla scoperta del Noi a livello aziendale unico nel suo genere. I blog danno la possibilità di costruire conversazioni solide, lasciando la possibilità alle persone che vi partecipano di partecipare attivamente lasciando commenti, facendo domande e lasciando dei feedback. Compito dell’azienda è quello di partecipare alle conversazioni, senza mai abbandonarle a se stesse, e farlo con il massimo della trasparenza e anche credibilità. Dando ascolto alle opinioni di chi partecipa alle conversazioni che sono il vero valore che un’azienda deve preservare sempre, cercando di prendere in considerazione i consigli che questi danno, che sono sempre preziosi. Piantare una nuova pianta in un terreno fertile è facile, piantarla in un terreno ormai arido e pietroso è più difficile, ma non impossibile e il coraggio, la coerenza e la determinazione non devono mancare. La fiducia reciproca, l’attenzione all’altro, l’ascolto è e resterà la base per il Noi che cerchiamo.

    • Bella fotografia dei blog aziendali, io conosco almeno altri due casi molto simili al tuo… ti rispondo come blogger prima di tutto.
      Ci sono sicuramente moltissimi blog e pochissimi blogger, ma la facilità ad impiantare tecnicamente lo strumento è fonte di inganno.
      Quando succede, come nel tuo caso, di esserlo naturalmente per caratteristiche umane (le uniche che non si possono imparare, ma devi realizzarle in prima persona) deve entrare in gioco anche la seconda condizione: quella di operare in assoluta libertà. Non sto parlando di libertà di azione, che in fondo oggi vuol dire poco se pensiamo a quello che riusciamo a fare stando seduti, ma una libertà assoluta di rapporto con il proprio We che secondo me può essere realizzata solo in quei casi in cui pre-esiste alla creazione del blog.
      In poche parole i blog non sono strumenti che creano conversazioni nelle aziende se non per il tempo necessario a che la verità venga a galla, ma sono dei luoghi che facilitano l’incontro e il confronto. Non sono la storia o la società che fanno gli uomini, ma l’opposto.

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  6. Giovanna Dezza says:

    @Pier, a proposito di coraggio e We, scarico da wikipedia: “coraggio dal latino coraticum o anche cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cor, cordis cuore e dal verbo habere avere: ho cuore”……..

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